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La morte, il morire e il dolore
Scritto da Administrator   
domenica 14 novembre 2004 01:00
Incontro del 14 novembre 2004

Spunti di riflessione

Escatologia: parlare a partire dal presente in funzione del futuro

[...] Escatologia, secondo la formulazione del Rahner, non è un resoconto anticipato degli avvenimenti che accadranno nel futuro, ma è la trasposizione nel modo della pienezza di ciò che viviamo nel modo della carenza. Perciò, cielo e inferno, purgatorio e giudizio non sono realtà che avranno inizio a partire dalla morte: fin d'ora possono essere vissute e sperimentate, sia pure in forma incompleta. Cominciano a esistere qui sulla terra e vanno crescendo fino alla morte, si aprono pienamente: o verso la frustrazione, per chi si orientò negativamente e si chiuse alla luce del significato, o verso la piena realizzazione, per chi si mantenne aperto a ogni realtà, specialmente a Dio.

Perché la terra se quel che conta è il cielo?

Questa prospettiva si discosta dalla concezione popolare della fine ultima e anche dai manuali classici di teologia dogmatica. Là non si trattava della speranza, ma degli eventi ultimi dell'uomo, che cominciano quando finisce questa vita. Si affermava, per conseguenza, che la vera vita si realizza solo in cielo: solo là si sarebbero instaurati i veri valori. Perché, dunque, la terra, se quel che conta è il cielo?
In vista del cielo, questa vita presente era considerata negativamente, come il tempo della prova e della tentazione. Le piccole e grandi gioie della esistenza erano screditate come pericolosa hybris umana.
Si imponeva la rinuncia quasi nevrotica a tutto ciò che fosse una risposta ai desideri del cuore umano. Così, la religione assunse, qua e là, una funzione repressiva delle gioie di ogni tipo, specialmente di quelle della vita sentimentale. In non pochi si formò una auto-immagine negativa, che dava poi origine a una immagine di Dio ancor più negativa. Dio era sperimentato da molti cristiani come un Essere che frustrava l'ansia di felicità umana. Egli non era la libertà dell'uomo, ma il suo limite. La vita era svuotata, perché solamente l'altra vita era piena e degna di questo nome. Nella teologia questa concezione si tradusse in una visione alienante del regno di Dio. Questo era proiettato e atteso solamente nel futuro. Si abbandonava tutto per aspettare l'irrompere dai cieli della novità salvifica di tutte le cose [...].
La Chiesa, in tal modo, è svuotata del suo contenuto teologico di comunità che rende presente e contiene in sé, sia pure imperfettamente, la realtà definitiva del regno di Dio [...]. In questa concezione, chiesa e regno costituiscono realtà estrinseche l'una all'altra, poiché solo la parusia inaugurerà il regno di Dio. Questa concezione di un Dio senza il mondo contribuì certamente a generare nei tempi moderni la visione di un mondo senza Dio (Y. Congar).

A che scopo il cielo se quel che conta è la terra?

Una corrente di pensiero opposta alla precedente, e in generale coesistente parallelamente a quella, si è fatta sempre fatta sentire. Non è il cielo che conta, ma la terra. [...] Questa concezione, che nega il cielo in nome della terra, ha dato certamente origine a un impulso creatore della faccia del mondo, ma ha frustrato terribilmente l'uomo. Questi è una trascendenza viva, che nulla può appagare, e tanto meno le realtà terrestri. La terra reclama il cielo come sua pienezza. Nella teologia, questa prospettiva, a sua volta, mise in moto un vasto processo di ecclesializzazione del regno di Dio e di istituzionalizzazione della speranza cristiana. Il regno di Dio è la Chiesa stessa in terra, si diceva.
I sacramenti incarnano le forse del futuro e instaurano la parusia presente. [...] Il regno di Dio è pensato nella linea della creazione: esso si va formando, lentamente, nel corso della storia. Con Cristo, con la Chiesa e col Sacro Impero prese la forma definitiva. Criticare la Chiesa e ribellarsi contro atti del Sacro Impero è peccato contro Dio e il suo regno. [...]
Gli opposti si toccano: se prima un Dio senza il mondo aveva contributo a generare un mondo senza Dio, ecco che una eccessiva connessione Dio-mondo-Chiesa diede a sua volta adito alla negazione di Dio. Egli non si presta a essere manipolato sulla misura degli interessi umani, ecclesiastici o profani. In quanto Assoluto, Egli costituisce la crisi permanente di tutti i progetti storici.

Né troppo al cielo né troppo alla terra: il cielo comincia sulla terra

L'escatologia bene intesa ci dice che non dobbiamo dare né troppo al cielo né troppo alla terra, perché il cielo comincia sulla terra. Il regno di Dio non è il mondo totalmente altro, ma totalmente nuovo. Se fosse totalmente altro, come ci potrebbe riguardare? Che continuità avrebbe con la nostra vita presente? Ma Dio ha il potere di fare nuovo il vecchio. La fine ultima costituisce l'attuazione piena di ciò che è venuto crescendo in questa vita. [...] E' vero che la teologia classica, che abbiamo ereditato, assimilò l'orizzonte di comprensione della filosofia greca. Per essa il vero mondo era l'altro mondo, il soprannaturale. Questo mondo quaggiù era il luogo dell'ambiguità e della mera natura. L'anima anelava a liberarsi finalmente dalla materia per potere, una volta libera, realizzarsi nella sfera spirituale di Dio.
La mentalità biblica è molto più vicina alla comprensione antropologica moderna. Proprio sulla terra e nella carne l'uomo rendeva lode a Dio e si rallegrava con Lui. Tutta la prospettiva dell'Antico Testamento è profondamente terrena. I più dimenticano che solo nel tardo giudaismo, specie nella letteratura sapienziale, comparvero le prime speculazioni sull'altro mondo e sul destino dei defunti. L'ebreo vedeva la morte come qualcosa di naturale derivante dalla vita stessa. Il destino futuro rimase per secoli un enigma aperto. Ma non per questo essi trascuravano di lodare Dio e di morire per fedeltà alla sua rivelazione. [...]
La felicità che godiamo sulla terra, il bene che facciamo e le gioie che assaporiamo nell'esistenza quotidiana sono già partecipazione alla vita del cielo, sia pure in forma ambigua e insufficiente. I dolori che sopportiamo possono significare il processo purificatore che ci fa crescere e aprire sempre di più a Dio possono anticipare il purgatorio. La chiusura su se stessi e l'esclusione degli altri possono darci l'esperienza dell'inferno, che quaggiù il malvagio e l'egoista si creano e che nella morte acquista carattere pieno e definitivo. Il cristiano quindi conosce i suoi fini ultimi perché conosce i dinamismi e le ricche possibilità della vita. Sa della suprema felicità per gli uomini buoni e per il cosmo perché ha visto l'utopia realizzata in Gesù Cristo. Mediante la fede si sente inserito in questo nuovo essere e milieu divin.
Se l'uomo è un nodo di relazioni indefinite verso tutte le direzioni e se qui sulla terra egni on può realizzale tutte ma soltanto alcune, ci sarà una situazione in cui potrà attualizzarle tutte? Potrà egli raggiungere una pienezza per la quale vibra tutto il suo essere?

Il cielo è profondamente umano

Se abbiamo detto che il cielo consiste nella convergenza di tutti i dinamismi dell'uomo che esigono assoluta realizzazione, allora dobbiamo anche affermare che il cielo è profondamente umano. Il cielo realizza l'uomo in tutte le sue dimensioni: la dimensione rivolta verso il mondo, come presenza e intimità fraterna con tutte le cose, la dimensione rivolta verso l'altro, come comunione e perfetto affratellamento, e principalmente la dimensione rivolta verso Dio, come unione filiale e ingresso definitivo in un supremo incontro d'amore. Tutto ciò sulla terra lo possiamo sognare e sospirare, ma non lo vediamo mai realizzato in forma permanente e duratura.
La vita è dialettica: la violenza campeggia accanto alla bontà, l'amore è minacciato dall'odio e dall'invidia, la nostra comprensione delle cose e degli uomini è opaca e si disperde nelle esteriorità. Il bene e il male sono ingredienti di ogni situazione e non possono mai essere vinti radicalmente. La realtà, a tutti i livelli, da quello biologico a quello spirituale, è conflittuale. Il conflitto non può essere scongiurato, ma solo elevato da un livello all'altro.
L'uomo si sente estraneo di fronte a sé stesso. Uomo e donna cercano insaziabilmente di essere una carne sola nell'amore, e tuttavia permane la frattura e la solitudine insuperabile. Con fatica si raggiungono sintesi in cui gli opposti e le negatività si equilibrano abbastanza con le positività. Ma lo sforzo è penoso e l'equilibrio è fragile e rischioso. E tuttavia, ieri e oggi, l'uomo continua a sognare la riconciliazione di tutto con tutto, la rivelazione del senso latente e ultimo di tutte le cose, la pace e il riposo nell'armonia di tutte le attività. E la fede ci dice, con ottimismo: vale la pena di sperare, perché non siamo condannati a sognare utopie né a intravedere miraggi. Nutriamo utopie e intravediamo miraggi perché in noi c'è il seme della speranza e il cielo ha già cominciato a geminare in questo mondo. Già stiamo pregustando, in piccole dosi, le forze del mondo futuro (cf. Ebr 6, 5), e vorremmo che esso irrompesse subito. Con pazienza impaziente e fremente aspettiamo e sospiriamo.
Non siamo nemmeno ancora perfettamente uomini. Ci stiamo ominizzando lentamente. Come diceva nel secolo II il grande santo Ignazio si Antiochia: "quando arriverò là (nel cielo), allora sarò uomo" (Ai Romani 6, 2). Solo nel cielo saremo uomini come Dio ci ha voluti da tutta l'eternità: a sua perfetta immagine e somiglianza (Gen 1, 26). Se il cielo è profondamente umano, allora esso è un incontro radicale. Bene intesa, questa categoria, meglio di qualunque altra ci potrebbe fare intravedere la realtà appagante e dinamica del cielo.
Incontro significa la capacità di essere-negli-altri senza perdere la propria identità. L'incontro presuppone la forza di accettare il diverso come diverso, accoglierlo e lasciarsi arricchire da lui. Con ciò apriamo una breccia nel mondo del nostro io, e accettiamo la sorpresa, l'avventura e persino il rischio. Ogni incontro è un rischio, perché si crea un'apertura verso l'imprevedibile e verso la libertà. Dove c'è libertà tutto è possibile: cielo e inferno. Il cielo come incontro significa che quanto più l'uomo si apre a nuovi orizzonti divini e umani tanto più incontra se stesso e forma con l'incontrato una comunione vitale.
Paradigmi dell'incontro sono l'amicizia e l'amore. Quanto più uno è diverso, tanto più è arricchimento per l'altro. Incontrarsi è poter vedere l'unicità e la comunione nella diversità, non è rendere tutti eguali e omogenei. Ciò renderebbe il mondo infelice e farebbe del cielo una eterna monotonia. L'amico conosce l'altro, essi si comprendono e partecipano l'uno della vita e del destino dell'altro. Solo chi conosce l'amicizia può comprendere la profondità delle parole che Giovanni fa dire a Gesù: "Vi ho detto amici, perché tutto quello che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi." (Gv 15, 15). L'amicizia che cresce fino all'amore è la trasparenza totale dell'uno all'altro, nella comunione intima di vita a tutti i livelli.
L'incontro non è mai compiuto: è sempre aperto a un di più e può crescere indefinitamente. Quando però l'incontro dell'uomo è Dio, allora non conoscerà mai fine. Si instaura un vigore che non si esaurisce né si limita, ma apre dimensioni sempre nuove e diverse del multiforme mistero dell'amore.

Il solidale e il solitario: il cielo e l'inferno

In quel tempo - dice una vecchia leggenda cinese - un discepolo domandò al Veggente: Maestro, qual è la differenza tra il cielo e l'inferno? E il Veggente rispose: E' piccolissima, e tuttavia con grandi conseguenze. Vidi un grande monte di riso. Cotto e preparato come alimento. Intorno a quello molti uomini. Affamati, quasi moribondi. Non potevamo avvicinarsi al monte di riso. Ma avevano lunghi paletti di 2-3 metri - i cinesi, a quel tempo, già mangiavano il riso con i paletti -. Prendevano, sì, il riso. Ma non riuscivano a portarselo alla bocca. Perché i paletti che avevano in mano erano molto lunghi. E così, affamati e moribondi, rimanevano insieme, ma solitari, covando una fame eterna, dinanzi a un'abbondanza inesauribile. E questo era l'inferno.
Vidi un altro grande monte di riso. Cotto e preparato come alimento. Intorno a quello molti uomini. Affamati, ma pieni di vitalità. Non potevano avvicinarsi al monte di riso. Ma avevano lunghi paletti di 2-3 metri. Prendevano il riso. Ma non riuscivano a portarselo alla bocca. Perché i paletti che avevano in mano erano molto lunghi. Ma con i loro lunghi paletti, invece di portarselo alla bocca, si servivano gli uni gli altri il riso. E così calmavano la loro fame insaziabile. In una grande comunione fraterna. Uniti e solidali. Godendo della bontà degli uomini e delle cose. In casa, con il Tao. E questo era il cielo

Da Leonardo Boff, "Vita oltre la morte; il futuro- la festa la contestazione del presente", Cittadella Editrice, Assisi, 1993.

Nascere

Quando immaginiamo il momento in cui moriremo, ci vediamo circondati dall'affetto degli amici, la stanza immersa in una calma serena che viene dall'ormai aver detto tutto, dall'aver chiuso i conti; gli occhi luminosi d'amore, bisbigliamo qualche parola di profonda saggezza sulla caducità della vita, recliniamo il capo sul cuscino e con un ultimo, immenso respiro, ci accomiatiamo dalla vita e ci allontaniamo dolcemente dalla luce.

Ma cosa succederebbe se al momento di quell'ultimo, immenso respiro, la vostra compagna vi si facesse accanto e vi confessasse di avervi tradito con il vostro migliore amico? O se vostro figlio irrompesse nella stanza dicendo: "Sei sempre stato un buffone, è ora che la pianti con i tuoi giochetti!"?
Il vostro cuore, pietrificato, si chiuderebbe in un tonfo, la vostre mente sarebbe travolta in un turbine di confusione e di dubbio, sentireste il bisogno di replicare, di dire qualcosa per difendervi o ne converreste con una smorfia di dolore?

Come possiamo morire integri, quando abbiamo vissuto tutta la vita in modo così parziale? Come possiamo morire con il cuore aperto al mistero del tutto, quando abbiamo vissuto la vita con la mente tutta presa dalla preziosa idea di se stessa? Dove mai potremo trovare rifugio? Da dove ci verrà la fiducia nella perfezione del momento presente, considerato che così spesso abbiamo rifuggito da quel che ci faceva paura?

È difficile pensare di morire in pienezza di coscienza, quando ci rendiamo conto di quanto ci sentiamo incompleti, di quanto siamo spaventati dalla vita. È un po' come se non fossimo mai nati del tutto, tanta la parte di noi che abbiamo rimosso e compresso sotto la superficie. Tanta è la parte di noi che abbiamo rinviato a un ipotetico domani. Tanto poco abbiamo indagato su cosa ci abbia indotto a ritrarci, doloranti, dalla nostra stessa vita.
Tanto spesso la ricerca del "chi siamo" è stata azzerata, perché andare più a fondo faceva troppo male. Parliamo, sì, di morire in piena integrità, ma ci rendiamo conto che certi aspetti di noi non sino mai venuti pienamente alla luce. Ci rendiamo conto di quanta parte giace ancora sommersa, sente di non esser mai nata; ci rendiamo conto di quanto rifuggiamo alla vita. È come se non avessimo mai veramente preso dimora nell'essere. Mai saldamente affondato i piedi nel presente. Sempre traccheggiando e tergiversando, sempre in attesa del momento che la vita ci proporrà fra un attimo, sempre ignoto, mai uguale a se stesso.

Per nascere pienamente, per conquistare l'integrità, dobbiamo smettere di rimandare la vita. Nella misura in cui rimandiamo la vita, rimandiamo la morte. D'un solo gesto, neghiamo la morte e la vita.

Quanta parte di noi non desideriamo conoscere: quanta paura, colpa, rabbia, confusione, autocommiserazione. Quanti dubbi su noi stessi, quante scuse che non reggono. Non c'è da stupirsi che ci sentiamo così incompleti, vista la bizzarra insistenza con cui ci perseguita il condizionamento: il conflitto sta tra sistemi di valori diversi, che cozzano nella nostra mente. Ora la mente ci dice: "Fatti sotto!", e un attimo dopo "Se fossi stato in te, non l'avresti fatto".
Non c'è da stupirsi che siamo tutti un po' pazzi, così scissi, tutti protesi a proteggerci dalla persona che tentiamo di essere. Non osiamo aprire la mente con nessuno, neanche con noi stessi. Siamo così spaventati dalle persona che potremmo scoprire di essere, così spaventati di non essere amati o degni d'amore per via della tortuosità dei nostri pensieri.
Anche se non richiesti, gli stati mentali vengono e vanno di continuo, e alcuni vorremmo che non si presentassero mai. E invece tornano e, allora, eccoci all'opera a cercare disperatamente il modo di tenere a bada la paura, con l'immensa insicurezza e l'immenso disprezzo di poi stessi che ci danno la nausea.

Questo continuo sottrarre alla consapevolezza gli stati mentali indesiderati ci fa sentire in pericolo, mentre osserviamo e diciamo "Ma questo non posso essere io, la paura non è realmente quel che io sono. La rabbia non sono io.
Questo odio verso me stesso, questo senso di colpa, non posso essere io". Eppure, quei sentimenti ci sono. E voi, lì, a chiedervi chi siete in realtà. Come aprirvi a quel che state negando? A quel che pensate che non dovrebbe esserci, eppure c'è?

Vorremmo essere diversi,: questo è il nostro inferno, la nostra resistenza alla vita. Approssimandoci alla fine dei nostri giorni, riandando al passato e facendo un bilancio del nostro livello di partecipazione alla vita, ci chiediamo come faremmo a morire completamente se abbiamo vissuto in maniera tanto parziale. Ci chiediamo, al di là delle nostre proiezioni, chi muore realmente.

È come se fossimo diventati un'immagine frammentaria del nostro essere originario. L'esperienza che facciamo del mondo è diventata un po' come guardare in uno specchio, ridotto in mille pezzi da una sassata, che non riflette più un'unica realtà tutta intera, ma schegge di immagini, di quel che si suppone esistere. Mentre osserviamo questa realtà in frantumi, notiamo con sgomento che certe parti dell'immagine non sono quel che vorremmo mostrare o vedere noi stessi. "Non voglio che si veda la mia avidità; non è una bella cosa. Non è così che ci si immagina che io sia. Nessuno ha una mente bacata come me." E un pezzo se ne va, inghiottito dalla rimozione. "Oh, quanto sono disgraziato. Se solo la gente sapesse che cosa è stata la mia vita! Ma non lo sa nessuno". E via un altro pezzo. Non ci sfuggono l'avidità e l'egoismo, le fantasie sessuali, la competitività e la confusione mentale. Allora cominciamo a eliminarli uno a uno. Perché sono parti inaccettabili del personaggio che si intende dovremmo essere. La mente: credo che sarebbe più utile, a anche più corretto, chiamarla la mente, anziché la mia mente.

Perché, nel momento in cui la chiamiate la mia mente, cominciate a rimuovere talmente tanti pezzi che quando vi fermate a guardare dentro lo specchio in frantumi, quello che esso vi rimanda assomiglia assai poco alla realtà. Di voi, mostrerà soltanto l'immagine che desiderate proiettare, eliminando tutto il resto, ostacolando l'interezza. Pensiamo di avere qualcosa da nascondere. Ma questa proiezione è la peggiore prigione. Immaginate di dover indossare per le prossime ventiquattr'ore in berretto che amplifichi i vostri pensieri in modo tale che chiunque, nel raggio di cento metri, possa sentire qualsiasi cosa vi passi per la testa. Immaginate che la mente sia una radiotrasmittente e che tutti, intorno a voi, possano ascoltare, non visti, i vostri pensieri e le vostre fantasie, i vostri sogni e le vostre paure. Con quanto imbarazzo e quanta paura uscireste di casa? Per quanto tempo permetterete alla paura della mente di continuare a tenervi isolati dal cuore degli altri? Questo esperimento non piacerà a molti, ma provate a immaginare infine che liberazione non dover più nascondere niente! E che miracolo sarebbe vedere che la mente di tutti è piena della stessa confusione e delle stesse fantasie, della stessa insicurezza e degli stessi dubbi.
Quanto tempo ci vorrebbe perché la mente cominciasse ad allentare la presa, a vedere al di là dell'illusione di separatezza, a riconoscere con un po' di senso dell'umorismo la follia della mente di tutti, la follia della mente in sé?

Per essere integri occorre non negare niente.

Pensiamo di avere qualcosa da perdere; in realtà, il rafforzarsi della sensazione che abbiamo qualcosa da proteggere ci fa perdere il contatto con la vita, ci relega in una realtà frammentaria attraverso la quale cerchiamo di esprimere la nostra naturalezza.
Ma quando eliminiamo la verità, la vita ci disorienta. E cominciamo a chiederci in che modo potremmo vivere la nostra vita e morire la nostra morte facendo spazio a tutto quello che siamo, quali che siano i pensieri che si presentano alla mente. Ci rendiamo conto che ogni volta che si manifestano tutte le qualità che non vorremmo avere, il cuore si chiude.

Ci chiediamo come fare conservare un cuore aperto e generoso, quando quel che stiamo vivendo non è piacevole, quando tocchiamo con mano il nostro egoismo, la nostra paura, i nostri sensi colpa, il nostro dubbio. Quando a predominare è la confusione, riusciamo a restare aperti al momento presente? O dobbiamo fuggire altrove? Siamo così impietosi con noi stessi. Spranghiamo le porte del cuore e ci sentiamo soli in un mondo ostile.
Raramente rinunciamo a giudicare e a far posto nel nostro cuore. Come possiamo essere così privi di compassione ore il nostro essere che sentiamo soffrire dentro di noi? Se riuscissimo a riconoscere tutto il nostro dolore, senza autocommiserazione, non potremmo non sentire un'ondata di premura e di compassione per il nostro benessere. Ritrarsi da ciò che è, dover essere diversi da quel che siamo, fanno della vita un inferno. Sono resistenze. E noi viviamo all'inferno gran parte dei nostri giorni.
Nella mente insorge la rabbia e noi ci sentiamo confusi. "Se fossi davvero ricco di spiritualità non dovrei provare rabbia. Allora vuol dire che tutta questa spiritualità non ce l'ho. Non devo mostrare rabbia". Ma la rabbia è la verità di quel momento e se la ricacciamo indietro, se facciamo finta che non esista, abbiamo perso un'altra occasione di libertà, un'altra occasione per riflettere su chi siamo o non siamo veramente. Perché, anche se ne abbiamo fatto esperienza infinite volte, della rabbia ignoriamo tutto.

Così come ignoriamo tutto della paura o del dubbio; perché ogni volta che sentiamo insorgere questi stati mentali, anziché utilizzarli come un'occasione di indagine, li trasformiamo in situazioni di emergenza, una minaccia all'immagine di noi stessi. Raramente, quando camminiamo per la strada, al presentarsi di un pericolo lo affrontiamo direttamente. Cerchiamo di svincolare da tutte le parti, di evitare quel che verrà subito dopo, di fuggire. Abbiamo voglia di scappare, cercando rifugio in una realtà falsa, in un essere frammentario, che in qualche mondo ci fanno sentire al sicuro. Non facciamo altro che fuggire la verità. Abbiamo paura di quello spazio aperto che è l'esplorazione, paura di diventare il bersaglio della verità del momento, aperti a quel che è. Vogliamo il mondo nelle nostre mani, vogliamo controllare la realtà e farne in qualche modo l'immagine di noi stessi.

È questo disperato tentativo di controllo che sta alla base di gran parte della sofferenza. Il tentativo di ricreare i piaceri del passato, di difendere il futuro dal dolore di desideri insoddisfatti.
Ma gli eventi sfuggono davvero al nostro controllo: ora sono in un modo, l'attimo dopo in un altro. E talvolta la verità è che nella mente c'è rabbia o paura o desiderio; che ci sono lussuria e ignoranza. Ma va bene così, perché anche questi sentimenti sono occasioni per approfondire la conoscenza di noi stessi, per abbandonare l'identificazione con questi stati mentali nei quali crediamo si esaurisca quel che siamo.

Se però a voi non stanno bene, allora state fuggendo dal presente, state recitando la vita, anziché aprirvi a essa, state tremando per negare la verità con chiunque incontriate. Fingendo gli uni con gli altri di avere i piedi ben piantati per terra, nessuno ammettendo l'inconsistenza dell'altro.
Questo è il giuoco della parti che contraddistingue i rapporti sociali. Perché non sta bene ammettere che ciascuno sta occultando la verità di ciò che è. Così come non sta bene farsi vedere arrabbiati o spaventati. Così come temiamo che gli altri, se sapessero cosa ci è passato per la mente, se fossimo quel che siamo, non ci amerebbero più.

La rabbia è un buon esempio di come nascondiamo a noi stessi la nostra esperienza. Per molte persone la rabbia è, da una parte, un fenomeno assolutamente inaccettabile e dall'altra un comportamento assolutamente irrefrenabile.
Ma quando la rabbia diventa lo stimolo per un approfondimento, quando diventa un'occasione di meditazione sulla vita, anziché un elemento di distrazione da essa, allora è possibile riconoscere la sindrome di fuga, la resistenza alla vita, allora cominciamo a venire fuori dal nascondiglio. Cominciamo a venire allo scoperto.

La mente si confronta con l'immagine di Buddha o di Cristo, con i santi e con tutti gli esempi di altruismo di cui si è letto. E nel paragone, si trova carente.
Si condanna per essere quel che è, ma teme di lasciarsi andare alla libertà spaziosa che la libererebbe dalle pastoie. Come il bimbo picchiato che la poliziotta allontana dolcemente dalla madre - la sua aguzzina - la mente grida di dolore per quel che lascia, spaventata di quel che sarà. Per la mente, anche l'inferno è accettabile e da preferirsi all'ignoto.

Ci rimproveriamo i contenuti della mente, la rabbia e il dubbio, la paura e il disprezzo. Ed è proprio questo primo giudizio che si prolunga nell'atteggiamento giudicante della mente che ci fa sentire separati da noi stessi e da tutto il resto. La mente ci dà continuamente un voto per il nostro comportamento e ben di rado che ne liberiamo al punto da fonderci con la nostra esperienza, da fare tutt'uno con la vita.

Ho conosciuto molte persone estremamente intelligenti, ma non credo di aver mai incontrato nessuno completamente esente dalla rabbia. Non provare rabbia significa non avere desideri, non avere modelli di come devono o dovrebbero essere le cose.
Niente desideri significa niente frustrazione. Niente frustrazione, niente rabbia. Ma anche questo modello può portarci alla frustrazione e alle confusione. Se la mente non si attacca a un determinato modello di 'dover essere', allora la rabbia svanisce. La rabbia è una sorta di combustione spontanea che si innesca quando le nostra idea delle cose non trova conferma nella realtà.

A creare la gabbia sono i nostri modelli, la nostra idea di chi siamo e di come riteniamo debba essere il mondo. Ogni opinione crea una sbarra che blocca l'accesso alla verità. Ogni idea di come stano le cose limita la nostra possibilità di viverle per come realmente possono essere. Non riusciamo a superare l'idea che ci siamo fatti del mondo e a entrare realmente in contatto con esso.
Quando abbiamo modelli e opinioni ci sentiamo minacciati e subito ci mettiamo sulla difensiva. Di fronte a realtà che contrastano con l'immagine che si siamo fatti di noi stessi la nostra sicurezza si incrina e restiamo disorientati. Non sappiamo chi siamo perché ci pensiamo in termini delle nostre idee e di vecchi modelli. Il mondo non fa altro che metterci di fronte alla verità. Noi non facciamo altro che ritrarci. L'esperienza che facciamo è il dolore.

Posti di fronte a una realtà che non conferma l'immagine che si siamo fatti delle cose, entriamo nel panico. Andiamo in cerca di una nascondiglio. Spesso assisto persone in fin di vita che ancora cercano di nascondersi. Sospetto addirittura che alcuni muoiano nascondendosi. Si rapportano con la vita e la morte come se fossero a loro estranee. Così come fanno con la rabbia, la paura e le difficoltà degli altri, come se venissero dall'esterno; si comportano come se fossero vittime dei propri sentimenti e pensieri, anziché il luogo dove si dispiega tutto questo materiale. Noi scegliamo di barattare la realtà con la sicurezza offerta dalla nostra gabbia. Poco importa se angusta. Poco importa tutto il dolore che ci è costato rifiutarci alla vita.

La paura che abbiamo della morte è direttamente proporzionale alla paura che abbiamo della vita. Pensiamo alla morte convinti di perdere quella cosa che chiamiamo 'io'.
E intendiamo proteggerla a tutti i costi, anche se sappiamo assai poco cosa si debba intendere per 'io', se non un'idea che sembra cambiare di continuo. Con la morte temiamo di perdere il nostro 'io'.

E notiamo che quanto più forte è l'idea di 'io' tanto più definito è il senso di separazione dalla vite e la paura della morte. Più cerchiamo di proteggere l'idea di 'io' meno riusciamo a fare esperienza di qualcosa che vada al di là di questo concetto.
Più grosso è l'investimento che abbiamo fatto per proteggere qualcosa dell''io', più abbiamo da perdere e meno ci apriamo a una percezione più profonda di quel che muore, di quel che esiste veramente. Più ci nascondiamo, ci atteggiamo e procrastiniamo la vita, più abbiamo paura della morte. Nel tentativo di proteggere questo 'io' prezioso, rifiutiamo la vita e ci meravigliamo di quanto essa sia priva di senso.

Finché avremo qualcosa da nascondere non possiamo essere liberi. Finché considereremo il contenuto della mente come un nemico, non potremo fare altro che avere paura, pensando che in noi, più che in chiunque altro, ci sia qualcosa che non va. Incapaci di riconoscere la mente soltanto come il risultato di precedenti condizionamenti e niente di più. In realtà possiamo trasformare dentro di noi tutti gli stati mentali di cui abbiamo tanta paura e farli diventare sostanza fertilizzante, concime per un'ulteriore crescita. Ciò significa che per consentire a questo materiale di decomporsi, di diventare un ricco fertilizzante per la crescita, dobbiamo cominciare a fare posto a noi stessi nel cuore. Dobbiamo cominciare a coltivare la compassione grazie alla quale il momento presente può essere quello che è, alla chiara luce della consapevolezza, senza il minimo tentativo di rinviare la verità.

Di fatto, spesso il rapporto che stabiliamo con noi stessi assomiglia a un puzzle a cui mandano molti pezzi. Costernati, contempliamo un'immagine distorta di noi che abbiamo contribuito a costruire e che ci disorienta. Ci fermiamo a osservare il puzzle che noi siamo e notiamo solo i pezzi mancanti, solo la mente superficiale della separazione e della frammentarietà e ci chiediamo perplessi: "Chi sono io, veramente?". Quando concentriamo l'attenzione e ci identifichiamo con la nostra scissione, allora cominciamo ad avere paura di noi stessi. Ma non appena ci consentiamo di penetrare più a fondo, lavorando per prendere atto di tutto questo, per abbandonare il nostro modo di essere, fatto di scissione e di nascondimento, non vi saranno più pezzi mancanti ad alterare l'intero quadro. È come tuffarsi in un mare in tempesta e poi scendere sott'acqua in una calma contaminata dalle condizioni della superficie.

Cominciamo a penetrare la turbolenza superficiale e a scoprire che senso di colpa, paura, rabbia e tutte le cianfrusaglie mentali non sono niente di cui avere paura. Immaginiamo che le cose che abbiamo rimosso siamo la nostra vera essenza. Ma prendere atto di queste qualità, portarle alla consapevolezza, aprirci a esse con una senso di compassione per la nostra condizione umana ci permette di scendere ancor più in profondità, fino a cogliere quel che sta dietro a questa realtà apparentemente solida. Fino a che rifiutiamo di accettare parti di noi, non sappiamo addentrarci nel profondo di noi sessi. "Conoscere se stessi è sinonimo di cattive notizie": così diceva, spaventato, un amico. O, come sosteneva un maestro tibetano parlando dell'affondare in questo stato di materiale rimosso, "È un susseguirsi di traumi.". La maggior parte di noi è spaventata nel dover affrontare tutto il materiale che abbiamo represso perché continuiamo a credere che quello sia ciò che siamo veramente. Ci spaventano tutti gli stati mentali che abbiamo censurato e sottratto alla consapevolezza per proteggere l'immagine che abbiamo costruito di noi stessi. E comprendiamo che non si elimina niente. Con la rimozione noi escludiamo dalla consapevolezza quel che immaginiamo inaccettabile. Ma proprio con questo atto di rimozione decretiamo la nostra prigionia. Ancora una volta, abbiamo differito la vita. Niente può essere liberato dalla sua prigione di oscurità fino a che non sia esposto alla luce della consapevolezza. La rimozione espelle le cose dalla consapevolezza e le relega in una dimensione inaccessibile. Le tendenze che motivano il nostro agire sono ancora presenti, ma noi non vi abbiamo più accesso perché sono state espulse dalla sfera della consapevolezza. Perciò, ogni sentimento va di volta in volta riconosciuto, va lasciato libero di esistere, senza il vaglio del giudizio e senza paura, alla luce della consapevolezza, dove può essere considerato per quel che è: uno stato mentale impermanente, stranamente impersonale e transitorio. Immaginiamo di essere prigionieri di una situazione senza uscita, siamo convinti che la vita sia un castigo, non un dono. Ogni volta che identifichiamo come 'io' la rabbia o il dubbio o il senso di colpa, scambiandoli per quel che siamo, noi rimuoviamo quello stato mentale e non riusciamo più a esplorare le nostre profondità. Ogni volta che definiamo qualcosa come 'io', in quel punto si interrompe la nostra esplorazione. Quella è la profondità massima cui siamo giunti. L'ascensore si ferma lì. Ma se rimaniamo aperti alla rabbia e le lasciamo diritto di cittadinanza, allora potremo proseguire la discesa. Cominceremo a conoscere lo spazio in cui questi moti si manifestano e si dissolvono, a fare esperienza dello spazio dove aleggia la rabbia. Allora non ci sarà più un momento di rabbia, ma piuttosto un momento di chiara consapevolezza. Smetteremo di identificarci con la rabbia; osservandola non ci perderemo più in essa. Inizieremo a non pensare più alle diverse qualità mentali in termini di 'io' e ad aprirci allo spazio, all'integrità che è il contenitore dove le cose accadono: uno spazio dove è sospeso il giudizio, uno spazio squisitamente aperto alla compassione, cui abbiamo accesso nel cuore, che non si aggrappa a nessun oggetto della mente e non lo condanna. Questo spazio è l'essenza della mante stessa. Non si chiama né Susan, né Fred, né Odrea né 'io'.

Quello spazio è, semplicemente. È lo spazio dell'essere in sé. È la radice di ciò che intendiamo quando diciamo "io sono". È la consapevolezza che erroneamente chiamiamo "io".

Siamo ormai così abituati a guardare fuori di noi che abbiamo dimenticato di chiederci chi è che guarda.

Così di rado partecipiamo alla nostra spaziosità naturale che ci siamo convinti di essere qualsiasi cosa ci si presenti alla mente. Quando la mente è in preda alla confusione, ci confiniamo in un puzzle di cui ci manca parte degli elementi. Perdiamo la nostra spaziosità naturale. Quando pensiamo alla morte, siamo convinti che perderemo la nostra identità e che non potremo più essere questo o quello, tutto ciò che crediamo di essere. Eppure, se fate attenzione, vi accorgerete che ogni volta che diciamo: "io sono questo" o "io sono quello" proviamo immediata, la sottile sensazione di mentire. Che ogni volta che all'"io sono", riferito all'esistere, facciamo seguire un qualsiasi aggettivo, subito si accompagna un senso di falsità, di incompletezza, come di qualcuno che non dica tutta la verità. Quando dico "sono felice", oppure "sono triste", "sono simpatico" oppure "sono biondo", vediamo che tutti gli attributi che si accompagnano a questo "io sono" mutano di continuo; che ora sono felice, il momento dopo sono orgoglioso, quello dopo ancora esprimo un giudizio sull'orgoglio e poi sono confuso, e poi di nuovo tutto da capo, ricordando e tornando all'"io sono", e poi ancora persi in questo o quell'attributo cui tanto spesso attacchiamo l'"io sono" del puro e semplice "essere". "Io sono questo", "io sono quello" suonano in qualche modo falsi. Perché non v'è nome, in questo universo mutevole, con cui io possa chiamarmi a lungo, niente che io possa dire di essere che corrisponda alla verità tutta intera. In realtà, per la maggior parte del tempo ci sentiamo come se stessimo fingendo di essere qualcun'altro. Come? Semplicemente fingendo di essere qualcosa. Ma notiamo che quando diciamo semplicemente "io sono", esiste soltanto lo spazio, soltanto l'essere; che questo "io" non si riferisce a qualcosa di separato, a qualcosa di esterno da noi, o anche al corpo o alla mente. È semplicemente un senso di presenza, un senso di esistere. Quando voi dite "io sono" e quando io dico "io sono", parliamo tutti dello stesso essere. Parliamo dell'essere in sé. L' "io" di ciascuno è lo stesso "io" di tutti. Diventa separato, addirittura una guerra di religione, soltanto quando lo facciamo seguire da questo o quell'attributo. Quando dite "io sono questo", l'universalità dell'essere è andata perduta. Quando dite "io sono questa gioia o questa paura o questa mente o questo corpo", la verità va in frantumi come lo specchio colpito dal sasso. L'Uno si frantuma nel molteplice.

Non facciamo altro che cercare di diventare qualcuno o qualcosa. l'"io sono questo" suggerisce l'idea che non sono quello. Ma se nella mente c'è invidia, paura o senso di colpa, in che modo integriamo queste caratteristiche nell'immagine che abbiamo costruito di noi stessi? oppure siamo capaci di abbandonare per un tempo sufficientemente lungo il sé immaginato per aprirci al contenuto del momento qualsiasi esso sia? In che modo possiamo aprirci e a andare oltre quella che Zorba il Greco chiamava "la catastrofe totale"? Perché di catastrofe si può parlare soltanto se c'è qualcosa da eludere. In che modo, al sentirci nascere dentro la gelosia o l'invidia, anziché chiudere il cuore, possiamo cominciare a sondare la vischiosità della mente, così da renderci conto a quale livello di isolamento possano portare simili pesanti emozioni e con quanta rapidità questi stati mentali attirino il concetto di "io"? Quanto spesso ci tratteniamo dall'andare al di là di queste emozioni, pensando di doverle o esprimere o rimuovere, sempre chiusi alla percezione della vastità dell'essere in sé che siamo!

Come possiamo, assistendo alla risposta compulsiva della mente per il suo contenuto, non provare compassione per l'essere momentaneamente in preda a tanto dolore? Con quanta poca compassione tradiamo noi stessi! Ci trattiamo come non sogneremmo mai di fare con nessun altro. In un certo senso, pensiamo che vada bene così, che ci meritiamo di trattarci in questo modo, perché abbiamo perso il senso di chi noi siamo.

Abbiamo dimenticato che anche noi siamo la verità.

Questa lacuna causa grande dolore e quando parliamo del dolore, in genere ci riferiamo proprio a questo, ossia alla perdita di contatto con la nostra natura originaria. Abbiamo rimosso così tante cose, così tante parti di noi sono state giudicate inaccettabili e spaventose, che all'emergere di queste qualità le ricacciamo indietro e siamo propensi a credere che quell'intricato groviglio sia la nostra "identità nascosta". Per via del fatto che questi stati mentali sono in così stridente contrasto con i nostri modelli personali, essi diventano sbarre sempre nuove della nostra gabbia. Ogni esempio di rimozione rende più angusta la gabbia.

Dunque, coltiviamo l'ignoranza nel tentativo di evitare che quel che c'è di più profondo nella nostra "discarica personale" sia toccato dalla consapevolezza.

Paventiamo che sia in questa discarica che si trovi la nostra "vera natura", perchè non vediamo in che modo rabbia, paura o gelosia possano guidarci alla verità vivente. Non affidatevi a quel che vi dico io o a quel che vi dice Krishnamurti, o il Buddha, o quel che vi dice il Cristo: scoprite voi stessi, perchè voi siete la verità. E nessuno può condurvi alla verità se non voi stessi. Buddha ha lasciato una sua carta stradale, Cristo lo stesso, e così anche Krishna e Rand McNally. Ma la via dovete percorrerla voi. È come una mia amica, che si accostò alla pratica Zen per chiedere un insegnamento che la aiutasse a liberarsi dalla superficiale illusione di separatezza e di paura. Disse: "Sono venuta per imparare la via". Il maestro rimase un attimo in silenzio e poi, con compassionevole brutalità le rispose: "Tu sei la via!".

Quando cominciate a riconoscere che la via siete voi, che tutta la vita non è altro che il riflesso della mente, allora ogni esperienza diventa un'occasione per liberarvi dalla vostra prigione. A questo punto, cominciate a vedere la vita come un'occasione di completezza, di apertura alla verità. Cominciate a chiedervi. "Cos'è che mi separa da questa spaziosità che è l'essenza dell'essere? Chi sono io, in realtà?"

In Thailandia vive un maestro di meditazione di nome Ajahn Chah, che da giovane scelse di diventare monaco perchè, più di ogni altra cosa, sentiva l'urgenza di comprendere chi è che siede qui, chi è che esiste.

Dopo aver praticato per qualche anno, sentì parlare di un maestro di meditazione che viveva nella Thailandia settentrionale, di cui si diceva non conoscesse la rabbia. niente rabbia è vera illuminazione: pensate cosa significa. Significa una mente che non si attacca a niente. Significa che l'essere è entrato in sintonia con la natura originaria a tal punto da non scambiare più nessun oggetto della mente, neanche la rabbia, per quello che si è. Significa non identificarsi con nessuna cosa che risulti separata dalla verità. All'udire questo grande maestro, Ajahn Chah lasciò il monastero dove aveva praticato fino a quel momento e si recò da lui chiedendogli di poter diventare suo discepolo. Aveva passato un anno e mezzo insieme a quel maestro e lui non si era mai mostrato arrabbiato. Davvero eccezionale. Poi, un giorno, in una cucina a forma di L dove entrambi stavano lavorando, Ajahn Chah vide che era entrato, non visto dal maestro, un cane che era saltato sul tavolo per rubare un bocconcino prelibato. Il maestro si guardò intorno e poi assestò al cane un bel calcio. Ajahn Chah aveva avuto l'insegnamento che cercava! Immaginate il dolore, l'incredibile spietatezza di far finta, per una ragione qualsiasi, che ciò che è presente nella mente in realtà non ci sia. Eppure tutti infliggiamo a noi stessi la stessa tortura, fingendo di essere qualcosa che non siamo, nati a metà, vivi a metà, e poi così stupiti di quanto sia pesante vivere la vita.

Per essere interi, per vivere e per morire in pienezza, non dobbiamo negare nulla. Mi è stato raccontato che gli Indiani d'America avevano una tradizione detta il "Divoratore delle impurità": in un giorno particolarmente sacro, come per esempio uno dei solstizi, lo sciamano, il saggio della tribù, si incontrava individualmente con ogni membro della tribù e suggeriva qualcosa del tipo: "Riporta alla mente un tuo pensiero, un tuo sentimento che non vuoi sia conosciuto da nessuno; un'idea o una fantasia, qualcosa che senti aberrante o aborrito; che senti di dover rimuovere e nascondere". Il più delle volte, la persona era così spaventata che a malapena riusciva a farsi venire in mente quel pensiero per paura che gli sfuggisse e qualcuno potesse ascoltarlo, che qualcuno scoprisse lo spaventoso contenuto della sua mente. Ma lo sciamano la incoraggiava a rendersi conto di quanto fosse spaventato all'idea di esporsi, di essere vulnerabile, di accostarsi all'integrità. Allora, dopo qualche momento, diceva: "Ora consegna a me quel pensiero". Così, quel pensiero o quell'immagine venivano portati fuori e condivisi. E le tenebre in cui erano stati tenuti svanivano d'incanto alla luce della fiducia e della compassione del momento. E ancora una volta, entrambi si rendevano conto di quanto poco ci fosse da proteggere, di quanto spazio ci sia nel cuore per tutti gli arzigogoli della mente. Come dice un insegnante: "La mente crea l'abisso; il cuore lo attraversa".
Potrà essere utile sedere in meditazione e praticare il seguente esercizio per sondare la chiusura della mente e del cuore.

Lasciare che la mente galleggi nel cuore.

(Meditazione guidata che è possibile leggere lentamente a un amico o ripetere in silenzio da soli)

Richiamate alla mente un pensiero inaccettabile. Un pensiero che non desiderate sia conosciuto da nessuno.

Lasciatelo stare semplicemente dov'è. Ma fatelo con compassione.

Sentite come la mente si contrae intorno a questo pensiero, come desidera eliminarlo.

Osservate quanta paura ha la mente di se stessa. Sentite la qualità di questa paura. Vedete in che modo noi viviamo la vita come davanti a uno specchio.
Ora prendete quel pensiero e anziché avvolgerlo nella negazione e nella tensione, lasciatelo galleggiare libero nella mente. lasciatelo stare semplicemente dov'è.
Lasciate che quel pensiero venga vissuto come una sensazione della mente.
Sentitene la densità, gli spigoli aguzzi.
Ora, cominciate a lasciare che quel pensiero affondi nel cuore. Accompagnate questa sensazione giù per la gola e in tutto il corpo. Lasciate che prenda posto nello spazio del cuore, al centro del petto.
Lasciate che il pensiero pensi semplicemente se stesso, nella spaziosità dove c'è posto per tutto, ma dove non si giudica niente.
Qualunque sia il pensiero che temete come assolutamente inaccettabile nella mente - si tratti di masturbazione, omosessualità, violenza, paura, disonestà - lasciate che affondi dolcemente nella straordinaria immensità del cuore, dov'è accolto con calore e pazienza. La spaziosità naturale del cuore non esclude niente.

Vive qualsiasi pensiero con compassione, come qualsiasi altro moto della mente, come qualsiasi altro sentimento. Fate esperienza di questo ora che galleggia in questa tenera compassione. Vedete come la paura assomigli a una prigione della mente. Uscite all'aperto, nel calore e nell'amore della vostra natura essenziale. Cosa c'è da temere? Vale la pena imprigionarsi nell'autoprotezione?

Noi crediamo di essere i nostri pensieri. Quei pensieri, li chiamiamo "io". Abbandonando il pensiero, andiamo al di là di noi stessi, andiamo al di là di quello che crediamo di essere. Dietro all'irrequieto moto della mente c'è l'immobilità dell'essere, l'immobilità che non ha nome, non ha reputazione, che non ha niente da proteggere. È la mente naturale.

Concentrando l'attenzione sulle sensazioni all'interno del cuore, notiamo ogni fremito dovuto alle contrazioni della mente, il ristagno momentaneo che tanto spesso pensiamo in termini di "io". Ogni contrazione della mente, ogni sentimento e ogni pensiero sono avvertiti come un'ombra che attraversa il cuore; ogni volta che la mente porta l'attenzione su di sé ci ricorda di abbandonare con leggerezza quel che ostruisce il legame con la nostra natura sottostante. E così, ogni stato della mente fino a un momento fa minaccioso, cui tanto spesso abbiamo pensato come a un nemico, diventa un alleato. Ogni moto del cuore ci ricorda di abbandonarci dolcemente a un livello di esistenza sempre più profondo. Quando la mente si riempie di se stessa e la sua vischiosità diventa così evidente, ci ricorda la libertà che splende nel cuore e noi ci apriamo a essa. Allora, più pesante è l'emozione, più intensi sono l'egoismo e la confusione, più questi stati diventano un insegnamento che ci rammenta che tali dolorosi coaguli non sono noi (dolorosi perché li temiamo e opponiamo loro resistenza e coaguli perché sono un addensamento del flusso); noi siamo la luce che splende al di là di tutto questo.

Anche il più sottile foglio di carta stagnola, tenuto davanti agli occhi, può bloccare il calore e la luce del sole in tutta la sua immensità.

Si legge nella tradizione Sufi: "Superate qualsiasi amarezza possa venirvi dal non essere stati all'altezza della dimensione del dolore che vi è stato affidato.
Come la madre del mondo, che porta nel cuore il dolore del mondo, ciascuno di noi è parte del suo cuore e quindi, in qualche modo, depositario del dolore cosmico. Voi condividete la totalità di questo dolore. Voi siete chiamati ad andargli incontro con gioia, e non con autocommiserazione. Il segreto? Offrite il vostro cuore come mezzo per trasformare in gioia la sofferenza cosmica".

Abbiamo rifiutato tanta parte della vita, l'abbiamo tenuta così gelosamente prigioniera dentro di noi che non appena cominciamo ad allentare la presa, notiamo in quale misura aspettative, opinioni e preconcetti abbiano limitato la nostra esperienza. Quando cessiamo di assecondare l'autoprotezione della mente, cominciamo anche a veder riapparire nella coscienza tutto ciò che abbiamo rimosso e l'intero antico patrimonio ritorna alla consapevolezza. Ma le priorità sono cambiate. Con l'incessante e mutevole fluire della mente non stiamo più cercando di creare "qualcuno o qualcosa di valore". Al contrario, stiamo soltanto cercando di indagare la verità. E in questa indagine, non esiste uno stato mentale preferibile a un altro. Quel che conta è solo la visione chiara. E non tanto quel che si vede, quanto la chiarezza della visione. Allora l'indagine diventa: che cos'è la verità? chi sono io veramente? Che cos'è quel che chiamo "io"? Che cosa muore? Sono io questi pensieri, questa mente e questo corpo?

Più lasciamo che la mente esista nella chiarezza e nella compassione, meno saremo tentati di chiamare "io" ogni momento del flusso.
Meno ci perderemo nell'identificazione con la superficialità dell' "io sono questo o quello", più faremo esperienza della coscienza allo stato puro e prima smetteremo di essere turbati dai suoi contenuti o di aggrapparci disperatamente alle sue gioie. Faremo semplicemente l'esperienza della vasta immobilità dell'essere, senza bisogno di definire chi sia l'essere. O forse. più correttamente, cosa sia l'essere. La mente può anche affannarsi a cercare dozzine di definizioni e di limitazioni, ma l'esperienza in sé non conosce limiti. E nella vastità, si vede fluttuare la piccola mente.

Poi un giorno, arriva un momento in cui siete arrabbiati e d'un tratto riconoscete la rabbia. Allora vi aprite a essa per indagare: "Cosa significa essere arrabbiati? Che ripercussione produce nel mio corpo essere arrabbiato? Che cosa fa la mia mente?" Ci mettiamo seduti, chiudiamo gli occhi e ci avviamo verso il punto che chiude il cuore, anziché allontanarcene e lasciare che ci escluda automaticamente da un'esperienza più piena del presente. Esaminando la rabbia, la paura, la colpa, il dubbio, cominciamo a vedere l'impersonalità di ciò che sembrava tanto essere l'"io". Vediamo che la mente si muove per conto suo. Che la rabbia, la paura e tutti gli stati mentali hanno una loro personalità, una loro energia.
E notiamo che non è l'"io" che vuol far del male, ma che lo stato mentale chiamato rabbia è per sua natura aggressivo, e spesso desidera insultare e umiliare il suo oggetto. osserviamo le conversazioni e le discussioni fantasticate dalla mente, quel lottare contro le ombre che tanto spesso ci ha lasciato senza fiato e soli, e finalmente iniziamo ad abbandonare la sofferenza.

Poi cominciamo a non aggrapparci più agli stati mentali che fanno da ostacolo alla saggezza del cuore. Ancora una volta, tra gli esseri fioriscono l'amore e la fiducia.
E così, tutto quello che fino a quel momento ci ha tenuti isolati nella mente - il dubbio, la rabbia e la paura che, come cani da guardia, ci avvertivano del minaccioso approssimarsi degli altri - è lì a ricordarci il dolore provocato dall'incapacità di amare e diventa un mezzo di apertura, anziché di chiusura alla vita. Vediamo fino a che punto la paura dei vagabondaggi della mente e la sua identificazione con essi abbia svuotato di senso la vita. Cominciamo dolcemente ad abbandonare tutto quel che giunge alla consapevolezza. Lasciamo semplicemente che la mente non si chiuda nel giudizio e cominciamo a riconoscere il continuo processo di nascita e di dissoluzione che vi ha luogo.

Nel riconoscere l'impermanenza di ogni pensiero, di ogni sentimento, di ogni momento di esperienza, arriviamo a comprendere che non esiste niente cui poterci aggrappare e da cui in ultima analisi trarre soddisfazione duratura. Non esiste luogo dove possiamo piantare saldamente i piedi dicendo: "Questo sono io".
È un fluire continuo, mai uguale a se stesso dove, di momento in momento, la persona che crediamo di essere nasce e muore. Tutto ciò in cui vorremmo proiettare noi stessi come essere viene visto come qualcosa di transitorio e sostanzialmente privo di entità durevole. In questa dimensione le persone non esistono, esiste solo un processo. "Chi" noi pensiamo di essere è semplicemente un'ennesima bollicina nella corrente del fiume.
E la consapevolezza che illumina questo processo appare come la luce che è. Cominciamo a rinunciare all'identificazione con la mente in quanto "io" e diventiamo la pura luce della consapevolezza, essere senza nome.

Il corpo muore, la mente cambia di continuo. Ma, in qualche modo, dietro tutto ciò v'è una presenza, che qualcuno chiama il senza-morte, che è immutabile, che è semplicemente ciò che è.

Nascere pienamente significa entrare in contatto con esso. Sperimentare, anche per un solo istante, la vastità che esiste al di là della nascita e della morte. Emergere in un mondo di paradosso e di mistero, senza altre armi se non la consapevolezza e l'amore.

Da Stephen Levine, "Chi muore? Quando si muore - una ricerca sul vivere e sul morire consapevoli", Edizioni Sensibili alle Foglie, Dogliani (CN), 2002.

 
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