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Normalità e anormalità
Scritto da Administrator   
domenica 15 maggio 2005 03:00
Incontro del 15 maggio 2005

Che l'eretico continui con la sua eresia
e l'ortodosso con la sua ortodossia
Io, il tuo fedele, sono semplicemente un compratore di profumi,
uno che ha bisogno dell'essenza della rosa e del divino amore.

Sufista islamico

Che cosa è normale?

«Che cosa è normale? Niente. Chi è normale? Nessuno. Quando si è feriti dalla diversità, la prima reazione non è di accettarla, ma di negarla.
E lo si fa cominciando a negare la normalità. La normalità non esiste. Il lessico che la riguarda diventa a un tratto reticente, ammiccante, vagamente sarcastico.

Si usano, nel linguaggio orale, i segni di quello scritto: "I normali, tra virgolette". Oppure: "I cosiddetti normali". La normalità - sottoposta ad analisi aggressive non meno che la diversità - rivela incrinature, crepe, deficienze, ritardi funzionali, intermittenze, anomalie.

Tutto diventa eccezione e il bisogno della norma, allontanato dalla porta, si riaffaccia ancora più temibile dalla finestra.
Si finisce così per rafforzarlo, come un virus invulnerabile alle cure per sopprimerlo.
Non è negando le differenze che lo si combatte, ma modificando l'immagine delle norma.
Quando Einstein, alla domanda del passaporto, risponde "razza umana", non ignora le differenze, le omette in un orizzonte più ampio, che le include e le supera.
E' questo il paesaggio che si deve aprire: sia a chi la fa della differenza una discriminazione, sia a chi, per evitare una discriminazione, nega la differenza», tratto da Giuseppe Pontiggia, Nati due volte.

Tolleranza e pluralismo

(...) Il credente cristiano si trova accanto il fratello o il figlio ateo o di religione orientale; il fedele all'indissolubilità del matrimonio vive accanto al fratello divorziato; la partoriente trova nello stesso reparto l'amica che fa l'aborto volontario; al giovane capita nello stesso giorno di sentire tre posizioni diverse sugli stessi problemi vitali da tre insegnati, o da una tavola rotonda alla televisione.

(...) In questo contesto il problema della tolleranza e del pluralismo diventa parte dell'esperienza non solo delle élites ma anche delle masse. Esso si è posto ben prima di oggi; ma preme con una urgenza particolare e in termini in qualche modo nuovi.

(...) Le indicazioni della Gaudium et spes e il suo stesso modo di approccio al mondo sembrano il modello realizzato del pluralismo e della tolleranza quale oggi la chiesa propone. Si tratta di non disconoscere gli errori e i peccati, e di rinunciare a denunciarli e ad opporvisi, ma di farlo soltanto e sempre ponendosi "realmente e intimamente solidali con il genere umano e con la sua storia", condividendo realmente "le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono" (GS 1); e in questo spirito si tratta di "instaurare un dialogo" sui temi fondamentali dell'esistenza, apportando fedelmente il proprio specifico contributo alla luce che viene da Gesù Cristo (GM 4).

(...) Collocarsi in un atteggiamento di reale solidarietà con la persona e la storia dell'altro, ascoltare, cercare insieme, dialogando realmente ala pari, per nessun altro motivo che non sia quello di discernere la verità e il bene, questa e la base del pluralismo e delle tolleranza. In questo contesto le diversità non vengono taciute, perché, nonostante esse, c'è già un vero camminare insieme verso l'unità della verità, anche s non senza tensioni, nella cosciente speranza che questa unità perfetta si avrà solo con il ritorno del Signore alla fine dei tempi", cit. tratta da S. Mosso, Tolleranza e pluralismo in F. Compagnoni, G. Piana, S. Privitera (a cura di), Nuovo dizionario di teologia morale, Cinisello Balsamo, Paoline, 1990)

Temi di discussione

  • Che cosa significa modificare l'immagine della norma?
  • Cosa significa ignorare o accogliere le differenze?
  • Quali spazi esistono nella Chiesa per una tolleranza delle persone gay che non consideri l'omosessualità un comportamento deviante?
  • Qual è il punto di equilibrio fra accoglienza delle diversità e l'"unità della verità"?

 

 
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